Il Fico fa Bene

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Il fico (Ficus carica varietà sativa) è conosciuto da migliaia di anni. Nella Bibbia, dopo l’albero dei frutti proibiti, è il primo albero citato, visto che Adamo ed Eva si coprirono proprio con le sue foglie. In Grecia era sacro a Dioniso: Platone ne consumava in quantità, tanto da essere definito “mangiatore di fichi”. A Roma, il fico era l’albero sacro insieme all’olivo e alla vite; proprio sotto una pianta di fico la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo. I fichi secchi erano anche uno degli ingredienti caratteristici della cucina dell’antica Roma.

Oggi i frutti, detti siconi, di quest’albero delle Moraceae sono a torto sottovalutati, tanto che l’Italia, che appena cinquanta anni fa era il più grosso produttore mondiale, ora ne produce appena il 5%.

Al contrario di quanto si pensa comunemente, i fichi freschi non hanno un contenuto calorico eccessivo: 47 kcal per 100 gr, contro le 45 kcal della mela. Insieme alle banane e all’uva, è il frutto più ricco di zuccheri. Per questo è indicato per gli sportivi o per gli adolescenti, mentre è da consumare con cautela in caso di diabete o di sovrappeso.

I fichi contengono molte fibre, sono utili per problemi di stitichezza e per la prevenzione di varie malattie. Sono adatti ai bambini, anche sotto forma di marmellate o composte. Contengono anche piccole quantità di vitamine e minerali, soprattutto il potassio.

Non possiamo dimenticare, poi, i fichi secchi. Sono un alimento ricco di calorie (242 kcal per 100 gr), con elevate quantità di fibre, calcio, ferro, potassio e fosforo. Sono comodi come energetico per gli sportivi o durante un’escursione in montagna, al posto delle più reclamizzate (e costose!) barrette. A mezza strada tra cucina ed erboristeria c’è il decotto di fichi secchi, utile per il mal di gola e per le infiammazioni dell’apparato respiratorio, per la gastrite e la colite.

I fichi freschi sono un frutto abbastanza delicato per cui è bene acquistarli e consumarli entro breve tempo, facendo attenzione al trasporto. In Italia ci sono tante varietà diverse, a polpa bianca o rossa, in parte quasi scomparse. Alcune eccezioni sono ad esempio il fico bianco del Cilento DOP e i fichi di San Mango, in Campania, o il fico dottato cosentino. I nomi delle varietà tradizionali sono suggestivi: albo, brianzolo, brogiotto nero, dottato, portoghese e il fico di tre volte, così chiamato perché produce tre tipi diversi di fichi in periodi successivi.

I fichi sono una pianta di facile coltivazione per cui sono consigliati per l’agricoltore amatoriale, anche perché si prestano bene alla conservazione casalinga, secchi, in marmellate ecc. Esistono perfino delle varietà nane, adatte anche alla coltivazione in vaso.

I fichi sono ottimi a colazione o a merenda, magari con una fetta di pane: delizioso è l’antipasto di prosciutto e fichi. I fichi secchi sono, al contrario, un alimento a tutti gli effetti, da inserire ad esempio a merenda: pane e fichi secchi era un tradizionale spuntino contadino. I fichi secchi sono molto usati in dolci e conserve, come quelli sotto miele di Sorrento. Non ci crederete, ma servono anche per fare un salume, il lonzino di fichi marchigiano, che è in realtà un antico dolce a forma di piccolo salame.

Legumi

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I legumi, e in particolare quelli secchi, rappresentano indubbiamente la maggior fonte di proteine del regno vegetale. Con il termine legumi si indicano i semi commestibili contenuti nel baccello delle leguminose.

I LEGUMI PIÙ UTILIZZATI

L’elevato contenuto glucidico conferisce ai legumi un buon potere energetico, tuttavia l’alta percentuale di fibra (se non si adottano particolari provvedimenti culinari) potrebbe ostacolare la digestione e l’assorbimento.

I lipidi sono presenti in quantità relativamente modeste, la loro carenza viene però integrata dai condimenti utilizzati nella preparazione dei cibi a base di legumi. Tra le vitamine, particolarmente abbondante risulta la B1. I legumi infine costituiscono un’ottima fonte di ferro (paragonabile alle carni) e di potassio; discreto risulta anche il contenuto in calcio e altri elementi minerali. Dovendo operare una classifica dei legumi, basata sulle loro caratteristiche nutrizionali, i ceci occuperebbero il primo posto per il discreto indice chimico delle proteine, per le molteplici proprietà terapeutiche (diuretiche, antisettiche, stomachiche, vermifughe) e perché, se cucinati opportunamente, non offrono particolari controindicazioni. Nonostante ciò, questo legume è tra i meno usati in Italia. Il secondo posto spetterebbe ai fagioli, le cui proteine hanno un indice chimico inferiore a quello dei ceci; essi contengono composti che riducono la Glicemia (glucodrine) e anche una sostanza velenosa (fasina) che si distrugge con la cottura. Sono Indicati astenie, anemie, diabete, età dello sviluppo e senescenza.

Al terzo posto dovrebbero essere collocate le fave, che hanno contenuto qualità proteica analoga a quella dei ceci, ma possono dare spesso manifestazioni allergiche. Infine piselli e lenticchie che, avendo un discreto contenuto purinico, risultano controindicati per uricemici e gottosi. Anche nelle diete per individui sani, piselli e lenticchie non devono essere associati ad alimenti contenenti elevate quantità di purine (come carni, frattaglie).

CONSIGLI E PRECISAZIONI

Prima di usare i legumi secchi, per sincerarsi che non siano bacati è bene Immergerli in acqua: quelli che vengono a galla sono infestati dai parassiti e devono essere scartati. L’aggiunta di bicarbonato di sodio, in misura non superiore a 1 g per litro di acqua di cottura, evita la formazione di composti insolubili tra le proteine e i sali di calcio dell’acqua, specie se troppo dura. Questa aggiunta ha un effetto dannoso sulla vitamina BI, sensibile agli alcali. E’ bene consumare i legumi in forma di purè, utilizzando parte dell’acqua di cottura, ricca di sali minerali e vitamine, mescolata con pasta o riso. Cosi facendo:

  • aumentano la digeribilità e l’assorbimento ( i succhi gastrici e intestinali aggrediscono più facilmente legumi quando non sono protetti dall’involucro cellulosico e si trovano diluiti in altri alimenti);
  • aumenta il valore nutritivo (le proteine dei cereali e dei legumi si integrano accrescendo l’indice chimico globale);
  • si evitano meteorismo e fermentazione intestinale.

Il peso dei legumi secchi aumenta di circa 3 volte in cottura. Tostando ceci e fave si ottiene un discreto surrogato del caffè.

LEGUMI MENO UTILIZZATI

Accenniamo brevemente ad altri legumi: arachidi, lupini e soia la cui utilizzazione per uso alimenta re è, nel nostro paese, notevolmente inferiore rispetto a quelli precedentemente trattati.

Arachidi

Accanto a un limitato consumo diretto (dopo opportuna tostatura dei semi: noccioline americane), vengono utilizzate per l’industria olearia. I pannelli che si ottengono come sottoprodotti trovano impiego (grazie all’elevato contenuto proteico) nell’industria mangimistica.

Lupini

Questi legumi si coltivano prevalentemente nell’Italia meridionale. Crudi, hanno un sapore amaro e sgradevole, che si elimina per ebollizione in acqua salata; si ottiene così un prodotto adatto per uso alimentare.

Soia

Originaria della Manciuria, coltivata su vasta scala in Cina, Giappone, Indocina, è attualmente diffusa negli Usa, nel Canada e in molti paesi europei, tra i quali l’Italia. Dai semi di soia, che possono essere utilizzati sia freschi che secchi, si l’osteoporosi.

  • Il latte di soia si ottiene attraverso le seguenti fasi: spremitura dei semi, previamente messi a bagno, pestati e macinati; ebollizione del liquido ottenuto (procedimento necessario per eliminare i componenti volatili responsabili degli aromi sgradevoli); centrifugazione; addizione di zuccheri, grassi vegetali, sali minerali (per equilibrare il valore nutritivo); ebollizione; omogeneizzazione a spruzzo.
  • Il tofu, ottenuto per coagulazione del latte di soia (come la caseina dal latte), è simile ai formaggi freschi: il suo sapore (insipido) migliora con fa cottura.
  • Il miso è un prodotto utilizzato come condimento. Si ottiene per fermentazione dei semi di soia miscelati con riso (miso bianco) o con orzo (miso rosso). La salsa di soia si ottiene per idrolisi delle proteine Fortemente salata, è usata come ingrediente base per brodi.

Non Solo Pasta: Gli Altri Cereali

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Riso, orzo, avena e mais sono cereali che dovrebbero essere maggiormente presenti nella nostra alimentazione.

Il Frumento è senz’altro il cereale principe del piatto tradizionale italiano: la pasta. Essa è un’ ottima fonte di nutrienti energetici, ma non è che uno dei tanti cibi ad alto tenore di carboidrati. Tutti i cereali in chicco, dal riso all’orzo, dall’avena al mais, vanno apprezzati e valorizzati maggiormente. E’ importante utilizzarli tutti a rotazione, poiché ognuno ha caratteristiche e proprietà specifiche. Come per le verdure e gli ortaggi, così per i cereali e gli amidacei vale l’imperativo di non fissarsi solamente su alcuni, dimenticando tutti gli altri. La ripetitività nutrizionale significa limitato e monotono apporto nutrizionale. Perché mangiare solo pomodori e lattuga, quando sono almeno altre dieci le possibilità che ci offrono gli stessi banchi del mercato?  Perché tenere sempre la pastasciutta come piatto base, quando possiamo prepararci in pari e minor tempo un gustoso cuscus oppure gratinare al forno o far saltare un attimo in padella del riso integrale precotto in abbondanza? Il riso(o l’orzo, o un altro cereale già cotto) sarà pronto in frigo e dovremo solo scegliere il modo più appetitoso di condirlo e accompagnarlo: tutte operazioni comunque poco dispendiose in termini di tempo. L’effetto, soprattutto con i cereali integrali, è garantito.

Solo negli ultimi decenni c’è stato un notevole decremento nell’uso di mais, orzo, avena e grano saraceno. Se andiamo a rivisitare la cucina italiana tradizionale ci accorgiamo che il cereale occupava un posto di rilievo ed era abbinato quasi sempre, d’istinto e di necessità, in maniera corretta.

AVENA

Questo cereale, usato sopratutto per l’alimentazione del bestiame, è prodotto principalmente negli Stati Uniti, nei paesi dell’ex Unione Sovietica, in Germania, Francia e Inghilterra.

Caratteristiche nutritive e terapeutiche

Il valore nutritivo dell’avena è inferiore rispetto a quello che ci attenderebbe dalla sua composizione chimica. I suoi sfarinati sono infatti ricchi di cellulosa che ostacola la digestione e, sopratutto, aumenta la peristalsi intestinale provocando una minore assimilazione dei principi nutritivi. La panificazione è possibile utilizzando opportune miscele con la farina di frumento. L’avena è indicata per astenie fisiche e intellettuali e anche per diabetici, dato lo scarso contenuto di zuccheri. L’infuso ottenuto da semi torrefatti è lassativo e diuretico. L’avena però non è ben tollerata da tutti, in quanto contiene purine e sostanze che possono provocare, in soggetti particolarmente sensibili, l’insorgenza di dermatiti.

GRANO SARACENO

Specie originaria dell’Asia. La sua coltivazione è estremamente ridotta e limitata ad alcune aree dove costituisce un prodotto tipico. Con la farina ricca di proteine e di grassi, si confeziona una polenta dall’aspetto grigiastro, che può essere mescolata alla farina di mais. Con la stessa farina si produce un tipo di pasta, i pizzoccheri, che, condita con verdure costituisce un nutriente piatto unico. Il grano saraceno è da consigliare nell’accrescimento e durante l’allattamento. Protegge e rinforza il sistema dei vasi sanguigni, prevenendo le emorragie.

MAIS

Il Mais (o granoturco) è un cereale originario dell’ America Centrale. Si presenta sotto forma di pannocchie.

Caratteristiche nutritive e terapeutiche

Il contenuto proteico risulta percentualmente inferiore rispetto al frumento, ma di analogo indice glicemico. I lipidi presentano una elevata percentuale di acidi grassi insaturi e sono localizzati nel germe, dal quale si ricava un olio adatto nella dieta degli arteriosclerotici. I glucidi sono quasi esclusivamente costituiti da amido, con piccole quantità di cellulosa. Il contenuto vitaminico è assai limitato; per la carenza di vitamina PP, le popolazioni che si nutrivano quasi esclusivamente di polenta si ammalavano di pellagra. La provitamina A, contenuta in discrete quantità nel mais giallo, è assente in quello bianco.Gli elementi minerali sono contenuti in percentuali modeste. Questo cereale, col quale si confeziona la polenta, dà un buon apporto calorico, ma risulta carente dal punto di vista plastico e biodinamico, per cui bisogna integrarlo con opportuni condimenti. Il decotto di semi di granoturco frantumati, dolcificato con il miele, combatte catarri, raucedini, raffreddori. I decotti delle “barbe” della pianta di mais hanno azione diuretica, per cui risulta particolarmente adatti per coliche renali, cistiti e malattie derivate da iperuricemia.

MIGLIO

Di composizione intermedia tra quella del frumento e del riso, è consumato sopratutto in Africa e in Cina. Pur essendo privo di glutine è impiegato nella panificazione.

Caratteristiche nutritive e terapeutiche

Il chicco è ricco di amido e di sostanze minerali: ferro, magnesio, fosforo e silicio. Per il suo contenuto di acido salicilico ha azione stimolante su pelle, capelli, unghie e smalto dei denti. Contiene vitamine del gruppo A e del gruppo B, lecitina e colina. E’ consigliata ai sedentari e in gravidanza.

ORZO

L’orzo originario dall’Asia, è attualmente diffuso ovunque, perché coltivabile anche nei terreni più poveri.

Caratteristiche nutritive e terapeutiche

Di composizione analoga al mais, risulta però meno ricca in lipidi e più ricco in glucidi. La farina d’orzo contiene piccole quantità di glutine, tuttavia miscelandola al 50% con farina di frumento dà origine a una buona qualità di pane. L’estratto di malto, grazie alla sua digeribilità viene usato per la preparazione di prodotti per l’infanzia. L’orzo torrefatto è usato come alternativa al caffè; tale sostituzione risulta particolarmente indicata (data l’assenza di caffeina) per sofferenti di cuore, uricemici, soggetti ansiosi.

RISO

E’ il cereale più largamente usato dopo il frumento.

Caratteristiche nutritive e terapeutiche

Possiede un minor contenuto proteico rispetto alla pasta. I glucidi sono costituiti  quasi esclusivamente da amido e da piccole quantità di cellulosa. Il contenuto di lipidi è trascurabile, specie nei risi lavorati. Le vitamine sono (gruppo B) situate prevalentemente nella pula, che viene però asportata durante la sbiancatura; per questo è consigliabile il riso sbramato (integrale) piuttosto che brillato. Gli elementi minerali sono contenuti in percentuali modeste  che si riducono con la lavorazione. Il suo peso aumenta notevolmente con la cottura per assorbimento di acqua; durante questa fase il contenuto di sali minerali, già scarso, si riduce ulteriormente. Il valore nutrizionale, come per la pasta può essere accresciuto con opportuni condimenti. Molto digeribile non affatica l’apparato digerente; negli individui normali sosta solo un’ora nello stomaco, risulta quindi indicato nei casi di affezioni gastroenteriche ed epatiche. E’ indicato in caso di fermentazioni intestinali, diarrea, iperazotemia, ipertensione.

SEGALE

Cereale di origine asiatica, largamente diffuso in Polonia, Germania,  Argentina e Turchia.

Caratteristiche nutritive e terapeutiche

La segale è il cereale che più si avvicina per composizione, al frumento. Il pane di segale stimola maggiormente la peristalsi intestinale rispetto a quello del frumento. La farina di segale contiene però piccole quantità di glutine, per cui meno adatta alla panificazione rispetto al frumento: ottimi risultati (per aroma, gusto e conservabilità) si ottengono invece panificando miscele di farine di segale e frumento.

Latte Materno e Microbiota Intestinale del Neonato

microbiota, neonati

Nel latte materno sono state scoperte oltre 700 specie di batteri. E’ la prima volta che gli scienziati riescono a tracciare la mappa del microbiota batterico contenuto nel latte materno. E sono stati i ricercatori spagnoli ad averlo fatto, scoprendo che il numero di specie batteriche che affollano la secrezione mammaria è oltre 700 – molto più di quanto si ritenesse prima.

Ricercatori spagnoli hanno tracciato la mappa microbiota batterica nel latte materno, che è la principale fonte di nutrimento per i neonati. Lo studio ha rivelato una diversità microbica più grande di quanto si pensasse.
Secondo quanto riportato da SINC, gli scienziati hanno utilizzato una tecnica basata sul sequenziamento massiccio del DNA al fine di identificare l’insieme dei batteri presenti nel colostro: questo insieme è stato battezzato “microbioma”, e si presenta come il complesso del patrimonio genetico, e le relative interazioni ambientali, della totalità dei microrganismi presenti in un preciso ambiente. I risultati finali dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Nutrition.

Il colostro è la prima secrezione delle ghiandole mammarie dopo il parto, ed è questo il primo liquido che il neonato assume durante la poppata. Ed è qui che sono stati trovati dagli scienziati gli oltre 700 tipi di batteri.
«Questo è uno dei primi studi a documentare tale diversità utilizzando la tecnica di pirosequenziamento su campioni di colostro da un lato, e il latte materno dall’altro: quest’ultimo viene raccolto dopo uno e sei mesi di allattamento al seno», scrivono gli autori dello studio, dottoressa María Carmen Collado, ricercatrice presso l’instituto de Agroquímica y Tecnología de Alimentos (IATA-CSIC) e Alex Mira, ricercatore presso il Centro Superior de Investigación en Salud Pública (CSISP-GVA).

Tra le molte specie di batteri trovati nei campioni di colostro, quelle più comuni erano: Weissella, Leuconostoc, Staphylococcus, Streptococcus e Lactococcus. Nel latte materno prodotto tra il primo e il sesto mese, sono stati osservati anche batteri tipici della cavità orale come Veillonella, Leptotrichia e Prevotella.
«Non siamo ancora in grado di determinare se questi batteri colonizzino la bocca del bambino o se siano invece i batteri orali del bambino allattato al seno a penetrare nel latte materno, e quindi cambiare la sua composizione», aggiungono gli autori.

Tra le diverse ipotesi sulla differenza di composizione del latte materno e del colostro, vi è quella dell’influenza ormonale e dello stress. Difatti, i ricercatori hanno scoperto che vi era un microbiota diverso tra le madri in sovrappeso e quelle che rientravano nell’aumento di peso previsto dalla gravidanza: il latte delle prime presentava un minore numero di batteri. Allo stesso modo, la composizione batterica era diversa tra le donne che avevano partorito per mezzo di un taglio cesareo programmato e quelle che avevano partorito in modo naturale: anche in questo caso, il latte delle madri sottoposte a cesareo programmato era meno ricco in batteri. Le donne che invece non avevano programmato il parto cesareo presentavano un latte simile a quello del parto vaginale.

Infine, i batteri presenti nel colostro e nel latte materno si presume abbiano un ruolo nello sviluppo del sistema immunitario del bambino. «Se i batteri scoperti nel latte materno in questo studio sono importanti per lo sviluppo del sistema immunitario – sottolineano infatti gli autori – la loro aggiunta al latte artificiale potrebbe diminuire il rischio di allergie, asma e malattie autoimmuni [nei neonati]».

Fonte: la stampa

Morbo Celiaco & Sensibilità al Glutine non Celiaca

glutine, celiachia

Il consumo in quantità sempre maggiore di pane, pasta, pizza ed altri cibi contenenti glutine in tutto il mondo ha portato negli ultimi anni ad un incremento significativo della frequenza delle reazioni avverse al glutine con un range sempre più ampio di manifestazioni. Fra i fattori che hanno condizionato questo incremento di intolleranza al glutine un ruolo di primo piano va attribuito alla selezione, per ragioni più tecnologiche che nutrizionali, di varianti di grano con più alto contenuto in peptidi tossici, coinvolti nella composizione del glutine. Il glutine, una massa reticolare elastica e porosa, rappresenta la struttura principale dell’impasto per la panificazione, cui, in sostanza, garantisce l’elasticità. I tempi del processo di lievitazione del pane, che sono andati sempre più riducendosi in base alle regole applicate per l’attuale panificazione, hanno fatto sì che questo alimento sia diventato sempre più ricco di glutine. Oggi il glutine è uno dei più diffusi ed abbondanti componenti della dieta per molte popolazioni, in particolare per quelle di origine europea. In Europa il consumo medio di glutine è di 10-20 grammi al giorno con segmenti della popolazione che arrivano a consumarne fino a 50 o più grammi nell’intera giornata. Le proteine del glutine sono scarsamente digerite nello stomaco umano e giungono a contatto con la parete intestinale ancora intatte o in frammenti di grosse dimensioni in grado di scatenare reazioni avverse di varia natura. Se si pensa che 50 milligrammi di glutine sono già in grado di provocare danni nella mucosa intestinale dei soggetti affetti da celiachia, si capisce come il carico elevato di glutine che la maggior parte di noi ingerisce possa scatenare dolori addominali ed alterazioni delle normali abitudini intestinali anche se non si è celiaci.
Da qualche anno i ricercatori di tutto il mondo hanno notato che un numero sempre maggiore di soggetti presentava manifestazioni intestinali ed extraintestinali verosimilmente scatenate dal glutine, pur non essendo affetti né da celiachia né da allergia al grano. Questi soggetti sono rimasti per anni in un vero e proprio limbo, venendo spesso scambiati per pazienti affetti da sindrome dell’intestino irritabile o con problematiche di tipo psichiatrico. Ad un certo punto però i medici si sono accorti di loro e lo spettro dei disordini alimentari dipendenti dal glutine si è arricchito così di questa nuova entità, rappresentata dalla sensibilità al glutine non celiaca, la quale è andata ad aggiungersi alle già ben conosciute celiachia ed allergia al grano. La sensibilità al glutine non è celiaca è più frequente nel sesso femminile ed interessa nella maggior parte dei casi l’età adulta anche se è possibile il suo riscontro in età pediatrica. I sintomi della intolleranza al glutine non celiaca sono rappresentati dal gonfiore e dal dolore addominale, dalla diarrea o da un intestino alterno con fasi anche di stipsi, e da una serie di sintomi extraintestinali che ricorrono con frequenza impressionante in questi pazienti: mente annebbiata con difficoltà di concentrazione e perdita di memoria, cefalea, eczema e rash cutanei, depressione, astenia, artromialgie, formicolii a livello delle gambe e delle braccia e talvolta anche anemia ed afte del cavo orale. In non pochi casi la sensibilità al glutine non celiaca si associa ad altre intolleranze alimentari fra cui l’intolleranza al lattosio ed al fruttosio. Sia i sintomi intestinali che extraintestinali della sensibilità al glutine non celiaca si manifestano nel giro di poche ore o al massimo qualche giorno dopo l’assunzione di cibi contenenti glutine a differenza di quanto avviene nella celiachia ove i sintomi si presentano anche dopo mesi o anni dall’ingestione del glutine. La risposta sia dei sintomi intestinali che extraintestinali alla sottrazione del glutine è rapida con un miglioramento immediato nel giro di ore o giorni, così come si ha la ricomparsa in tempi brevi della sintomatologia a seguito del challenge con glutine, estremamente importante per confermare la diagnosi. Gli studi finora pubblicati hanno dimostrato che la maggior parte dei pazienti affetti da sensibilità al glutine non celiaca presenta una biopsia intestinale normale (lesione di grado 0, secondo la classificazione di Marsh-Oberhuber), cioè non hanno né atrofia dei villi né aumento dei linfociti intraepiteliali (LIE). In una percentuale minore di soggetti variabile dal 30% al 40% si ritrova sul piano istologico un modesto incremento dei LIE, che raggiungono valori intermedi (compresi in genere fra 25 e 30 LIE) fra il valore ritrovato nella mucosa intestinale normale e quello osservato nei celiaci. Sul piano sierologico nella sensibilità al glutine non celiaca vi è una negatività costante dei marker anticorpali della celiachia, cioè gli anticorpi antitransglutaminasi di classe IgA, anti endomisio di classe IgA ed antigliadina deamidata di classe IgG. In oltre il 50% dei casi si osserva una positività per anticorpi antigliadina di prima generazione (AGA), più frequentemente di classe IgG che IgA. La diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca impone anche di escludere l’esistenza di una condizione di allergia al grano, per cui in tutti i soggetti va esclusa la presenza di anticorpi IgE specifici per il glutine e gli altri antigeni del grano disponibili sul piano diagnostico, nonché dei Prick test specifici che consentiranno di escludere una condizione allergica verso glutine e derivati. A differenza della celiachia la sensibilità al glutine non celiaca non mostra una correlazione genetica con gli antigeni di istocompatibilità (HLA), presenti nel braccio corto del cromosoma 6. Infatti, la prevalenza dell’HLA-DQ2 e/o-DQ8, che nella celiachia raggiunge il 99%, nella sensibilità al glutinglutine è stimata essere intorno al 40%, un valore di poco superiore a quello della popolazione generale (30%).

Alimentazione della mamma in gravidanza e allattamento

Durante la gravidanza è essenziale assicurare alla madre non solo l’energia e i nutrienti necessari per mantenersi in buona salute, ma anche quelli necessari per consentire la formazione di nuovi tessuti del feto e di riserve energetiche utili poi nel corso dell’allattamento.
Soltanto un’alimentazione adeguata consente di fornire quanto occorre alla madre e al figlio durante questo importante periodo. Il tipo di alimentazione da seguire in gravidanza non si discosta tuttavia molto da quello da seguire negli altri periodi anche se aumenta il bisogno in energia e in alcuni importanti nutrienti. Per il soddisfacimento di questi particolari bisogni alimentari è sufficiente seguire una dieta molto varia comprendente latte e derivati, carne, pesce, uova, legumi, cereali e derivati, frutta, verdura e che privilegi fra i condimenti l’olio di oliva.
È quindi del tutto infondato il detto popolare che consiglia alle donne in gravidanza di mangiare per due, anzi l’aumento del peso corporeo in tale periodo va attentamente controllato.
Va comunque tenuto presente che un insufficiente apporto calorico durante la gravidanza, come l’insufficienza del peso della madre prima della gravidanza e il tabagismo possono concorrere a determinare un basso peso del lattante alla nascita.
Può essere utile adottare, su consiglio del medico, un’integrazione della dieta (ad esempio con acido folico e ferro). Durante la gravidanza è opportuno evitare il consumo di bevande superalcoliche e di moderare quello di bevande a più ridotto grado alcolico come il vino e la birra.
Va anche moderato il consumo di bevande nervine quali caffè, tè e bevande a base di cola o comunque contenenti caffeina.
Per quanto riguarda il sale è opportuno contenerne l’assunzione, che non deve comunque superare i 5 grammi
al giorno. È importante ricordare che per prevenire il rischio di Toxoplasmosi (infezione che, se si verifica in donne non immuni nei primi stadi di gravidanza, può provocare danni al feto) attraverso l’ingestione di alimenti contaminati, è opportuno evitare il consumo di carne cruda o poco cotta, di verdure crude non sufficientemente lavate.
In generale comunque, al fine di prevenire eventuali infezioni alimentari (per esempio salmonellosi ecc.), è sempre buona norma consumare uova, carne, pesce ben cotti. Un rischio da non sottovalutare è la contaminazione crociata degli alimenti (per esempio: verdure non lavate a contatto con altri cibi ecc.).

Durante l’allattamento è inoltre importante evitare o, almeno, assumere con moderazione gli alimenti indicati successivamente i quali possono alterare il gusto del latte o causare al lattante piccoli disturbi o reazioni allergiche.

Alimenti da assumere con moderazione durante la gravidanza:

 – Bevande nervine contenenti caffeina o sostanze simili (esempio: caffè, tè, alcune bibite analcoliche a base di cola)
 – Bevande alcoliche

Alimenti da evitare durante la gravidanza:

 -Superalcolici
– Carni crude o poco cotte

Alimenti da evitare o assumere con moderazione durante l’allattamento:

Cavolo, aglio, asparagi, peperoni
spezie, cibi fritti
formaggi fermentati (gongorzola, brie,ecc)
crostacei, molluschi
selvaggina
dolci farciti con creme e liquori aromatizzati
cacao o cioccolato
fragole, uva, ciliege, pesche, albicocche

CONSIGLI

inizia la gravidanza, per quanto possibile, in condizioni di peso ottimale e controlla regolarmente l’aumento progressivo del peso durante la gravidanza varia le scelte degli alimenti, dando la preferenza a quelli consigliati; consuma almeno due volte alla settimana pesce, che apporta al feto e al lattante sostanze utili per lo sviluppo del sistema nervoso, mantieni una regolare attività fisica, anche ai fini del controllo del peso; non fumare; non bere superalcolici e modera il consumo di vino o di birra e di bevande nervine.

Bimbi in Forma

watermelon-846357_1280Sapevate che in Italia i minori in sovrappeso o in condizioni di obesità sono oltre il 30%? Un dato importante, da non sottovalutare, se si considera che molti disturbi dell’età adulta sono la conseguenza di cattive abitudini alimentari acquisite da bambini. Eppure anche per i più piccoli, come per gli adulti, bastano alcune semplici regole per fare del cibo il primo alleato della salute!

L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per la salute di ogni età ma, se presente già in età pediatrica, si può associare alla precoce comparsa di malattie tipiche dell’età adulta, quali diabete di tipo 2, ipertensione, iperlipidemia con conseguente precoce esposizione ai principali fattori di rischio per le malattie
cardiovascolari e alcuni tipi di tumori.
L’obesità infantile è il risultato di un bilancio energetico positivo protratto nel tempo che si ha quando si introducono per molto tempo più calorie di quante se ne consumano. E’ dovuta a un insieme di concause: scarsa educazione alimentare, predisposizione genetica, stile di vita (spesso troppo sedentario), ambiente familiare e condizioni socioeconomiche.

È da sfatare la convinzione generale che un bambino diventa obeso solo perché mangia troppo; non sempre infatti, un bambino “cicciotello” è necessariamente un “mangione”; più di frequente capita che preferisca cibi molto calorici, ricchi di zuccheri e grassi, associati a bevande dolci.

Genitori, accettare il problema è il primo passo!

può parlare di obesità quando il peso del bambino supera del 20% il peso ideale (stabilito dal pediatra in base al sesso e all’altezza), di sovrappeso se lo supera del 10-20%. In certi casi si parla di super-obesi: sono quei bambini il cui peso supera del 40% i valori normali.
L’ultima “fotografia” aggiornata dei bambini italiani e delle loro abitudini alimentari ci racconta che la strada per diffondere stili di vita corretti e ridurre il sovrappeso e l’obesità è ancora lunga. L’indagine Okkio alla Salute 2014, condotta da Ministero e Istituto superiore di sanità, conferma livelli ancora elevati di eccesso ponderale tra i bambini di 8-9 anni con il 20,9% dei bambini in sovrappeso e il 9,8% in condizioni di obesità, con percentuali più alte nelle regioni del centro e del sud Italia. Inoltre è risultato che che molti genitori non hanno la percezione che il proprio figlio è in sovrappeso.

La prima colazione è importante e deve essere sana e nutriente

La prima colazione permette di iniziare la giornata con energia, senza arrivare stanchi e affamati al pranzo, apporta circa il 20% delle calorie necessarie al fabbisogno quotidiano, adeguatamente ripartite fra proteine, grassi e carboidrati.
La maggior parte dei bambini tende a saltare la colazione, per mancanza di tempo, per abitudine consolidata anche dei genitori o per altri motivi. A volte la colazione si riduce a qualche cosa mangiato di corsa, mentre si scendono le scale o si sale in macchina per andare a scuola.
Abituiamo invece i nostri bambini a fare una corretta prima colazione: svegliamoli dieci minuti prima in modo che abbiano il tempo di sedersi a tavola con tranquillità, facciamo in modo che diventi un piacevole momento da condividere insieme prima di affrontare la giornata.
Non fare colazione crea difficoltà di concentrazione e di memoria e basta poco per trasformare la “giusta colazione” in una “colazione sbagliata”:

1 tazza di tè, o un bicchiere di latte, o solo qualche biscotto: è poco
1 tazza di latte con 10 biscotti: è troppo.

Una buona colazione comprende:
latte o yogurt
pane o fette biscottate (con qualche cucchiaino di cacao,
marmellata o miele), o biscotti, o cereali
frutta fresca

Sono tutti cibi perfetti per iniziare bene una giornata! Inoltre per una buona merenda a metà mattinata possono bastare uno yogurt, un frutto o un piccolo panino.

Non più di 2 ore al giorno di TV e videogiochi

Purtroppo le attività dei nostri bambini sono sempre più sedentarie, spesso praticano sport soltanto per un’ora a settimana o anche meno, e guardano la TV e giocano con i videogiochi per più di 2 ore al giorno. Inoltre, solo un bambino su quattro va a scuola a piedi o in bicicletta.
Guardare la televisione, giocare con i videogiochi e usare il computer è divertente! L’importante è non esagerare: bisogna evitare di passare più di 2 ore al giorno davanti alla TV o al computer. Inoltre la televisione nella camera da letto riduce il tempo dedicato al sonno, così importante per lo sviluppo, e contribuisce a diminuire le ore dedicate al gioco e all’attività fisica. La TV nella camera da letto dei bambini va evitata!

Frutta e verdura più volte al giorno

Un’alimentazione eccessiva e scorretta durante l’infanzia oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose, determina anche un aumento del loro numero: da adulti si avrà una maggiore predisposizione all’obesità e una difficoltà a scendere di peso o a mantenerlo nei limiti.
Sarà infatti possibile ridurre le dimensioni delle cellule adipose, ma non sarà possibile eliminarle. Intervenire durante l’età evolutiva è, quindi, di fondamentale importanza, perché ci dà la garanzia di risultati migliori e duraturi. Un’alimentazione equilibrata e bilanciata nell’arco della giornata aiuta a mantenere il giusto peso e la mente attiva. Alimentarsi nella giusta maniera non è così difficile: vuol dire mangiare di tutto, senza esagerare nelle quantità. È importante mangiare la frutta e la verdura più volte al giorno, ogni pasto o spuntino sono una
buona occasione!
Frutta e verdura sono un valido aiuto per mantenersi in forma e sono fonte di vitamine, sali minerali e fibre di cui il nostro organismo ha bisogno.

Più acqua e meno bibite

L’acqua è indispensabile per il nostro organismo, di acqua sono ricchi anche la frutta e la verdura. Abituate i vostri bambini a dissetarsi con acqua o spremute di frutta, senza esagerare con il consumo di bevande zuccherate.  Con il tè, i succhi di frutta confezionati e le bevande dolci e gassate, non solo assumono acqua, ma anche zucchero!

Movimento per almeno 1 ora al giorno

Quando parliamo di movimento non ci riferiamo solo ad attività sportive praticate una o due volte alla settimana, ma a uno stile di vita attivo, fatto di gesti quotidiani. Muoversi fa bene non soltanto alla forma fisica, ma anche alle ossa, al cuore e persino all’umore. Non c’è bisogno di correre decine di chilometri, basta passeggiare, pedalare e fare qualche rampa di scale tutti i giorni, anche andare a scuola a piedi o in bicicletta è divertente e permette di dire no alla pigrizia.
L’attività fisica migliora le capacità di apprendimento e l’adattabilità dei bambini agli impegni quotidiani, favorisce un buon controllo emotivo, una migliore autostima e aumenta la capacità di socializzazione perché è anche gioco e divertimento. È importante che i bambini facciano attività fisica ogni giorno, vanno bene tutte le attività motorie e il gioco in movimento, magari all’aria aperta.

Pranzi sempre fuori casa?

panino

Pranzi sempre fuori casa? Non riesci a seguire una dieta sana ed equilibrata?

Spesso chi è costretto a pranzare sempre fuori per lavoro arriva da me perché sente la necessità di regolarizzare la propria alimentazione, non soltanto per dimagrire. Perché magari mangiando sempre fuori e male la digestione diventa difficile, si hanno bruciori di stomaco e l’intestino diventa irritabile.

C’è chi mangia un panino alla scrivania davanti al pc. Chi mangia una barretta tra un cliente e l’altro alla cassa del supermercato, o chi si trova ad una tavola calda con i colleghi. Sulla dieta però c’è scritto di mangiare 70 grammi di pasta con verdure con un contorno di verdure. Come faccio?

Se la pasta la porto da casa si scuoce, e non va bene. Se la prendo al ristorante, è troppo condita. Bè, allora magari mangio giusto uno yogurt o un frutto. Ma anche questo, o ancor peggio saltare il pasto, è sbagliato. Perché saltando i pasti rallentiamo il nostro metabolismo, e anche perché rischiamo di mangiare troppo a cena, che invece dovrebbe essere il pasto più leggero della giornata. Una cena troppo abbondante può essere difficile da digerire, e può arrivare a rovinare la qualità del sonno. E tutto questo non è proprio “toccasana” per il nostro organismo e la nostra salute.

Chi invece viene principalmente per dimagrire, la prima cosa che mi chiede è proprio: “ma poi come faccio a seguire la dieta se tutti i giorni devo pranzare a lavoro?”.

Tutto si può fare. La dieta deve essere ovviamente strutturata e bilanciata tenendo conto anche delle abitudini e delle necessità di ognuno, e con qualche piccolo accorgimento si riesce anche a strutturare una dieta variata.

Ecco le tre regole da seguire per bilanciare correttamente la propria dieta se si mangia fuori per lavoro tutti i giorni

1. Non saltare il pasto

Non mangiando nulla o non mangiando abbastanza (ad esempio solo un frutto, o uno yogurt) si rischia a lungo andare di rallentare il proprio metabolismo, di avere cali di energia e di concentrazione. Oltretutto si arriva affamati a cena, quando una volta seduti a tavola ci si rilassa dopo una giornata lavorativa e spesso si ingeriscono più calorie del necessario, che si accumulano e non vengono smaltite.

2.   Organizzarsi portando qualcosa da casa

Portate con voi sempre della frutta per fare degli spuntini e se possibile delle pietanze preparate a casa. Se avete possibilità di scaldare le vivande, potete portare un secondo di carne o pesce con un contorno abbondante di verdure, altrimenti potete optare per un piatto di bresaola o affettato di pollo o tacchino con dell’insalata, o per un’insalata fredda di cereali (orzo, avena o farro, ecc.) con verdure, alternando a volte con un panino.

3.   Scegliere gli alimenti giusti

Va bene un panino ogni tanto, ma preparalo con del pane integrale con dentro qualche foglia di radicchio o lattuga e dell’affettato magro. Meglio un secondo piatto rispetto a un primo, la pasta cotta la mattina non mantiene le proprietà qualitative, nutrizionali ed organolettiche se consumata dopo 4-5 ore. La pasta scotta ha un indice glicemico più alto di quella al dente, è molto meno digeribile e provoca sonnolenza dopo il pasto, che non è l’ideale se ci si deve rimettere subito al lavoro. Se possibile consumare sempre un contorno di verdure cotte o insalata mista.

Altre regole per una corretta alimentazione

Le stesse regole valgono se si va al ristorante o in una tavola calda: il primo piatto è generalmente molto condito e di conseguenza più grasso di una fettina di carne alla piastra o una verdura lessata da condire sul momento. Vanno bene anche le opzioni insalatona (con insalata mista e tonno, o mozzarella, o pollo, ecc.) oppure piatto di bresaola, rucola e grana.

Vale sempre la regola di bere molta acqua, almeno un litro e mezzo al giorno, anche perché gli affettati, anche i più magri, sono molto salati e l’acqua aiuta a contrastare l’eccesso di sale. Prevedere se possibile sempre due spuntini con della frutta fresca, a metà mattina e metà pomeriggio: la frutta è ricca di acqua e fibre, ed è meglio in generale fare piccoli pasti più frequenti piuttosto che uno unico troppo abbondante.

fame nervosa

Comportamento Alimentare

fame nervosa
 

FAME BIOLOGICA e FAME EMOTIVA

Ci sono persone che colte da una delusione si buttano sul cibo, altre che decidono di digiunare. Il nostro stato d’animo influenza il nostro comportamento alimentare: per una delusione amorosa o per un ambiente di lavoro che ci crea tensione, alcuni di noi sono portati a mangiare di più, altri di meno, ma difficilmente mangeremo come d’abitudine. I responsabili di questi cambiamenti nel rapporto con il cibo sono i circuiti di neuroni deputati al controllo del comportamento alimentare, non dobbiamo perciò allarmarci di comportamenti transitori dei quali riconosciamo la causa. Poi il nostro bagaglio di geni non ci aiuta: in una condizione di allarme del nostro organismo (per esempio in caso di stress o delusione) il messaggio al nostro corpo può essere di segno opposto : <<non mangiare perché non è il momento per farlo >>. E’ proprio vero che una persona sotto stress può accumulare qualche chilo in più o dimagrire rapidamente.

Nel nostro cervello, l’ipotalamo possiede i due centri che regolano il comportamento alimentare istintivo: il centro della fame e il centro della sazietà. Dal loro funzionamento combinato dipende la parte istintiva del comportamento alimentare. I due centri si inibiscono reciprocamente, in modo tale che non sentiremo mai la sensazione di aver fame o di essere sazi nello stesso momento.  Tuttavia, l’ipotalamo non è indipendente nel suo funzionamento, ma è connesso al sistema limbico, la parte del sistema nervoso centrale responsabile delle emozioni. E’ qui che si trovano il centro della gratificazione e il centro della frustrazione. Ecco dunque un comportamento istintivo << ho fame e mangio >> oppure << sono sazio e non mangio >> si arricchisce di una componente emozionale, affettiva, assolutamente personale e frutto dell’esperienza di ciascuno di noi.  Il cibo non è più solo nutrimento, ma anche piacere, gratificazione.  Il legame tra necessità e piacere è molto stretto, visto che il godimento che ricaviamo dal cibo è proporzionale alla sua densità calorica, che ci fa cadere in tentazione.

Per alimentarci in modo corretto, dobbiamo imparare a distinguere la fame biologica  dalla fame emotiva, ovvero la fame del desiderio, della noia o del puro piacere. Se imparassimo a riconoscere i segnali del nostro corpo ciò non sarebbe così difficile. E’ stato dimostrato che esiste una cosidetta fame specifica, che risponde alle reali esigenze nutrizionali dell’individuo. Così, ad esempio, se abbiamo bisogno di sali minerali, cercheremo gli alimenti che li contengono, mentre siamo portati ad allontanarci spontaneamente da quegli alimenti che creano problemi. Un esempio per tutti è quello che accade in gravidanza. Già durante le prime settimane della gestazione le donne avvertono cambiamenti sia nel gusto che nell’olfatto. E’ il caso, per esempio, di chi fuma e non riesce più a tollerare l’odore della sigaretta o di chi si fa prendere dalla voglia e cerca le famose fragole anche d’inverno. Persone malinconiche e depresse tendono a fare abuso di dolci: in questo caso il corpo cerca il triptofano, un amminoacido presente, per esempio, nella cioccolata, che stimola la sintesi della serotonina, il neurotrasmettitore del buon umore, della felicità. In questo caso, seguire questo desiderio è uno sbaglio: l’ apporto calorico aumentato degli zuccheri influirà negativamente sul peso corporeo, favorendo lo sviluppo del diabete e di patologie a carico del sistema endocrino.

Si può comunque assumere triptofano per migliorare l’umore, preferendo ai dolci cibi meno calorici, quali ortaggi, frutta, verdura e pesce. Tra gli ortaggi contengono triptofano: indivia, asparagi, patate, spinaci, biete, cavolfiori, lattughe, pomodori, peperoni, radicchio, melenzane. Tra i frutti: ananas, arachidi, banana, kiwi, prugne, noci, e tutti gli agrumi.

Ma come fare quando ci viene una voglia improvvisa, non motivata, compulsiva, irrefrenabile di un alimento che magari non è così salutistico? Alcuni studiosi americani hanno compiuto uno studio nel quale sono riusciti a dimostrare che pensare intensamente ad un cibo ci porta a consumare meno (Young 2010). Sembra che funzioni: almeno con i formaggi e le caramelle! Altrimenti rileggiamo ogni volta questo articolo e appendiamo  al frigorifero l’elenco dei frutti e verdure al triptofano che ci aiutano a vincere la fame emotiva.

 

 

Tisane D’estate

TISANE D’ESTATE

Le tisane sono preparati fondamentali della fitoterapia e contengono oli essenziali, alcaloidi, vitamine, minerali, oligoelementi.

L’abitudine alla tisana:

  • Favorisce la reidratazione indispensabile a una buona circolazione e a un’efficace depurazione renale, premesse per un corpo libero da tossine, accumuli, scorie
  • Costituisce una piacevole pausa e gratifica chi avverte spesso la necessità di “mettere in bocca qualcosa”, non per fame, ma per nervosismo
  • Sfrutta gli effetti specifici delle piante utilizzate, quindi, di volta in volta, attiva il metabolismo, è drenante o disintossicante

 Quando si parla di tisane di solito si pensa al freddo e a tazze calde. Meno immediato è invece pensare di bere una tisana in estate… Eppure le proprietà e i benefici della tisane sono gli stessi! Si fanno pranzi e cene impegnative anche d’estate e, in particolare nella stagione estiva, le gambe si fanno pesanti a causa del caldo e la ritenzione idrica sembra moltiplicarsi a vista d’occhio! Quindi, perché proprio nei mesi estivi abbandonare la sana abitudine di bere un paio di tisane al giorno? Che siano drenanti, digestive, anti-cellulite o snellenti, le tisane sono delle preziosissime alleate di bellezza e benessere e d’estate sono quanto mai necessarie!

Con il caldo le tisane vanno consumate fredde e, dopo qualche ora in frigorifero o con l’aggiunta di un po’ di ghiaccio, sono ottime, fresche e dissetanti!

La tisana è anche una bevanda perfetta da sorseggiare in spiaggia mentre si prende il sole: rappresenta infatti un’alternativa più saporita, gustosa e sana rispetto sia alla semplice acqua che alla bibite gasate e zuccherate, che gonfiano ed appesantiscono, aiuta a mantenere il corpo idratato e a reintegrare i liquidi persi durante l’esposizione solare.

COME PREPARARE UNA TISANA SALVAGUARDANDO IL POTERE DELLE PIANTE
  • Non conservare per oltre sei mesi le erbe essiccate.
  • Utilizzare recipienti alti, in pirex o acciaio inossidabile per bollire l’acqua. Evitare quelli dall’alluminio, rame, ferro, coccio.
  • Tenere sempre il coperchio sia quando si buttano le erbe (il filtro) nell’acqua e si spegne il fuoco, sia quando si fanno bollire. Così non si disperdono gli oli volatili.
  • Bere la tisana immediatamente dopo la preparazione, perché la conservazione disperde i principi attivi. Eventualmente conservarla in frigorifero, al massimo per un giorno, in recipiente a chiusura ermetica.

Per quanto riguarda le tisane fredde, vanno preparate con il consueto metodo, ponendo il filtro nella tazza, versando acqua bollente (prestando attenzione a non colpire direttamente il filtro), lasciando in infusione 4-5 minuti (a seconda del tipo di tisana) e coprendo infine la tazza con un piattino, al fine di preservarne profumo e fragranza. Solo a questo punto si potrà mettere la tisana nel frigorifero per lasciarla qualche ora a raffreddare, in attesa di poterla gustare come bevanda fredda.

Le tisane andrebbero bevute senza dolcificanti, anche perché ogni cucchiaino di zucchero “costa” 20 calorie e se le tazze sono tre o quattro, il bilancio energetico ne risente. In ogni caso, il dolcificante migliore è il miele, non perché abbia meno calorie, ma perché potenzia l’effetto terapeutico di numerosi principi attivi. I mieli utilizzati dovrebbero essere semiliquidi, da evitare quelli spessi e opachi, come il miele di castagno, e quello di erica, dal gusto amaro.

A CIASCUNO LA SUA

D’estate si ha una maggiore esigenza di depurazione, che può essere assecondata sfruttando le proprietà benefiche di una grande quantità di erbe; in particolare si consigliano:

 TISANE DRENANTI

Favoriscono l’eliminazione dei liquidi in eccesso, che sono tra le cause della cellulite.

Tisana tarassaco e betulla :miscelare 80 g di tarassaco e 20 g di betulla insieme a ciliegio e ortica, mettere in acqua e portare a ebollizione. Lasciare in infusione finchè non si raffredda e filtrare.

Tisana basilico e menta : miscelare foglie di basilico e menta insieme a anice, lavanda e lauro, mescolare le erbe e mettere la miscela in acqua calda lasciando in infusione dieci minuti prima di filtrare.

 TISANE DEPURATIVE

 Hanno la funzione di depurare il fegato dalle tossine accumulate e di stimolare la produzione di bile. L’assunzione di tisane depurative è utile nella prima fase di una dieta dimagrante.

Tisana al cardo mariano: preparare una miscela di erbe a base di cardo mariano, semi di finocchio, tarassaco e melissa. Fare bollire dell’acqua, aggiungere 1 cucchiaio abbondante del mix di erbe e lasciare sobbollire per due minuti. Togliere dal fuoco e lasciare in infusione per 10 minuti.

 TISANE DIMAGRANTI

 Le tisane dimagranti sono da considerarsi un valido supporto alla dieta, sono a base di erbe che accelerano il metabolismo come il the verde e il fucus, o a base di erbe che aiutano lo scioglimento dei grassi tra cui il carciofo e la garcinia.

Tisana a base di fucus, finocchio e the verde: mettere in acqua 10 g di bardana e 10 g di fucus, insieme a 5 g di semi di finocchio e 5 g di the verde in foglia. Fare bollire 10 minuti, lasciare in infusione altri 10 minuti e filtrare.